8918 - Cippo ai sette martiri di Pessano con Bornago

Lapide commemorativa per i sette martiri, uccisi il 9 marzo 1945 a Pessano con Bornago. Erano facevano parte della Squadra d’Azione Partigiana ed erano: Gabellini Alberto, Angelo Barzago, Mario Vago, Romeo Cerizza, Dante Cesana, Claudio Cesana, Angelo Viganò.

 

Posizione

Nazione:
Regione:
Provincia:
Comune:
Frazione:
Indirizzo:
Via Fulvio Testi
CAP:
20060
Latitudine:
45.55029830000001
Longitudine:
9.377451199999996

Informazioni

Luogo di collocazione:
Lato Strada
Data di collocazione:
Informazione non reperita
Materiali (Generico):
Marmo
Materiali (Dettaglio):
Informazione non reperita
Stato di conservazione:
Ottimo
Ente preposto alla conservazione:
Informazione non reperita
Notizie e contestualizzazione storica:
I 7 MARTIRI DI PESSANO

Il giorno 8 marzo 1945 una SAP (Squadra d'Azione Partigiana) compie a Pessano un'azione contro il comandante dell' organizzazione Speer di Pessano, che rimane ferito. Ecco come viene descritto l'episodio dai racconti delle azioni partigiane: "L'8 corrente, in località Pessano una pattuglia, la 184° Brigata Garibaldi avvistava un capitano germanico, armato di mitra accompagnato dal proprio attendente.

I garibaldini lo avvicinavano decisi a disarmarlo, ma l' ufficiale intuita la manovra, fece atto di voler reagire. Prontamente i garibaldini fecero uso delle armi e lo stendono al suolo. La squadra poteva ritirarsi in perfetto ordine e senza incidenti". Secondo il resoconto degli avvenimenti fatti da Don Vincenzo Varisco, parroco di Pessano dal 1937, l'uccisione dell'ufficiale tedesco è avvenuta a Pessano in Via Monte Grappa alle ore 15, per opera di tre sconosciuti che avrebbero sparato a bruciapelo all'ufficiale.

La notizia si diffuse rapidamente in tutto il paese, suscitando terrore in tutti nella previsione di una terribile rappresaglia contro il nostro paese. Tutti gli uomini fino a cinquanta anni e i giovani fuggirono quella sera dal paese, nel timore di un rastrellamento generale e di una rappresaglia da parte del comando tedesco. Cominciarono gli interrogatori e le minacce contro la popolazione.

Il giorno successivo, 9 marzo, alle ore 18,10 un camion, scortato da militari tedeschi e italiani, aveva condotto al comando tedesco, presso le scuole elementari, otto ostaggi, provenienti dal carcere di Monza. Alle ore 19,00 dovevano essere fucilati sul posto dove era stato ferito l'ufficiale tedesco.

Don Varisco chiede, attraverso il podestà, al comandante delle SS italiane di stanza a Monza, di poter comunicare con i condannali, ma la risposta é un rifiuto sprezzante: "Questo prete farebbe meglio a parlare più bene dal pulpito".

Poco dopo il lugubre carrozzone con dentro i prigionieri si dirige verso il luogo dell'esecuzione. Il parroco, nella vana speranza di compiere la sua opera caritatevole, si avvia a piedi verso la Molgora. Le strade erano deserte, le case avevano porte e finestre sbarrate; uomini e giovani erano fuggiti, la popolazione rimasta era "terrorizzata". Alcuni tedeschi ubriachi girano per il paese sparando all'impazzata, ammonendo e parafrasando insulti e minacce. Il nostro parroco, giunto all'imbocco del ponte sulla Molgora, ode il erepitio dei mitra e i colpi dei fucili. "Accorro e sette baldi giovani stanno cadendo assassinati da mani italiane (SS e repubblichini venuti da Monza). Ufficiali repubblichini fanno passare ad una ad una le vittime crivellandole di nuovi colpi, finché tutti sono immobili a morte. Sono le 18,50. Un drappello di soldati tedeschi faceva la ronda nei campi vicini; ufficiali superiori tedeschi assistevano all'esecuzione. Il paese terrorizzato".

Ecco come viene descritto l'episodio dei sette martiri da un partigiano: "... Imbruniva, a Pessano, la sera del 9 marzo 1945, quando i contadini che tornavano dai campi udirono venire dalla provinciale un insolito rumore di motori. Quasi contemporaneamente, videro fare il loro ingresso nel paese dei camion mimetizzati. Su uno di questi camion, incatenati, erano sette giovani dalle vesti lacere e dal viso smunto per i patimenti e le percosse.

I paesani, sapendo che il giorno precedente era stato ferito un ufficiale tedesco, immaginarono quel che doveva accadere senza avere il coraggio di dirlo. I briganti fanno un giro per il paese, e, sparando raffiche di mitra, consigliano gli abitanti, che troppo bene conoscevano i loro metodi, a chiudersi nelle case, col cuore stretto dall'angoscia per il misfatto che sarebbe stato certamente compiuto. I giovani vengono buttati a terra e messi contro il muro. Carletto Vismara ("Pino") solo per la sua giovanissima età, viene salvato da un'atroce morte ma lo si costringe ad assistere al compiersi dell'eccidio.

E' l'ora: si punta la mitragliatrice, ma questa si inceppa; si fanno avanti due figuri neri, di cui uno è il caporione Gatti con due fucili mitragliatori. Una raffica, due, tre, dilaniano l'aria e flotti di generoso sangue sgorgano dai petti dei sette eroi. Cadono l'uno sopra l'altro quasi a fondersi in un ultimo abbraccio. Un contadino dietro la persiana della sua finestra coglie in un grido l'ultimo anelito di un animo nobile: "Sparate su di me, vigliacchi, non su questi ragazzi!" Era stato Walter, poi il sangue gli rigò la bocca e gli intrise i capelli biondi. L'indomani le S.A.P. lasciavano un mazzo di garofani rossi là dove era il sangue degli eroi.

Carletto Vismara ("Pino"), con ancora negli occhi la tremenda visione, viene riportato a Monza e successivamente trasferito a San Vittore a Milano unitamente a Carlo Riva e ad Attilio Bestetti che lasceranno il carcere ad insurrezione avvenuta. I famigliari degli uccisi chiedono invano di poter dare loro sepoltura nel Cimitero di Carte: ogni tentativo è inutile perché le Brigale Nere si oppongono con le armi spianate ad ogni umana richiesta, negano perfino ai congiunti più stretti di poter rivedere un'ultima volta le salme. L'unica concessione è che le suore di Pessano ripuliscano i cadaveri e ne ricompongano pietosamente le membra straziate.

Nel frattempo, alla "Werider" di Cusano, dove lavorano Dante Cesana ed Angelo Viganò, i compagni dei giustiziati sono ai loro posti di lavoro, con gli occhi umidi di pianto e il cuore gonfio d'angoscia, in attesa di un particolare segnale per sfuggire ad una eventuale cattura dei resti della Brigata Partigiana. Tutti sono vigili, assorti in una drarninatica attesa; la cellula comunista clandestina è in allarme; le mani che manovrano le macchine utensili non si muovono con l'abituale scioltezza: la mente di tutti è rivolta ai compagni caduti. La vigilanza però non viene osservata da Carlo Vergani e da Giuseppe Merli che, con una decisione improvvisa, generosa ma anche colma di rischi, infrangono le ferree regole della clandestinità e abbandonano la fabbrica per recarsi in bicicletta al Cimitero di Pessano a rendere omaggio ai compagni caduti, esponendosi in tal modo al pericolo d'altre tragiche rappresaglie e all'eventualità di essere individuati.

Nonostante la drammatica fine dei loro compagni, i superstiti della Brigata Partigiana non si dispersero, anzi, nella certezza della imminente vittoria, moltiplicano la loro attività, le fine si ingrossano finché il vento di aprile soffiò così forte da spazzar via fascisti e invasori. Il popolo insorse, cacciò i tedeschi e i fascisti rimasti tentarono invano ogni possibile nascondiglio per sfuggire al giusto castigo popolare. Era il 25 aprile 1945.

Sul luogo dell'esecuzione, a Pessano e nei paesi vicini veniva affisso il manifesto che riportiamo. I sette giovani uccisi dai fascisti e dai tedeschi, erano tutti antifascisti e partigiani che lottavano per la liberazione del nostro paese; la biografia delle loro gesta e della loro coraggiosa lotta è stata ricostruita e riportata nell'opuscolo dei 7 martiri della sezione ANPI di Pessano con Bornago.

Il comando tedesco, dopo l'esecuzione, ordinava la sepoltura dei sette martiri in una fossa comune, ma l'intervento di Don Varisco determinato e perentorio ottenne il consenso e la solidarietà del podestà e del comando tedesco per la sacra sepoltura: 1 cadaveri sono cosa sacra. Si riportino in cimitero nella camera mortuaria, si facciano sette casse, e domani si seppelliranno. lo desidero fare le loro esequie. Si può proibire questo al mio mistero?

Il giorno dopo vengono celebrate le messe nella chiesa di Pessano, alla presenza di tutta la popolazione, e si celebrano le esequie al cimitero alla presenza dei parenti delle vittime. Le salme ricomposte dalle suore di Pessano, possono essere viste dai loro cari, dopo una ennesima intercessione del parroco presso i fascisti che volevano impedirlo. Alle sette di sera le salme, riposte nelle bare, fatte costruire dal podestà, vengono seppellite nel cimitero di Pessano, dove rimarranno fino alla fine della guerra.

Contenuti

Iscrizioni:
LA CITTADINANZA DI PESSANO
ORA CHE LA VOLONTÁ DELL'ONNIPOTENTE
E LA FORZA DEI PURI
HANNO RESTITUITO ALL'ITALIA
LIBERTÁ
VUOLE SU QUESTO MARMO
RICORDARE AI POSTERI I NOMI
DI
GABELLINI ALBERTO
BARSAGO ANGELINDO VAGO MARIO
CESANA DANTE CESANA CLAUDIO
CERIZZA ROMEO VIGANÒ ANGELO
CHE
REI SOLTANTO DI ITALICA FEDE
LA SERA DEL 8 MARZO 1945
FURONO INSIEME FUCILATI IN QUESTO LUOGO
MARTIRI ACCOMUNATI
AGLI EROI DAL SACRIFICIO
VIVONO LA VITA ETERNA
IMMORTALI
ADDITANDO AI MORTALI LA VIA DELLA GLORIA
Simboli:
è presente una croce sulla parte superiore del cippo

Altro

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Informazione non reperita

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