104526 - Cippo alla memoria di Gino Capriotti – Moregnano di Petritoli (FM)

La pietra della memoria è stata eretta in coincidenza del 70° anniversario della morte di Gino Capriotti eroe della resistenza. La sua forma naturale di scheggia di pietra avulsa da espressioni retoriche si inserisce bene nel giardinetto di borgo dove può trovare posto il gioco dei bambini, la sosta degli anziani, i valori spirituali dell’abside della chiesa e naturalmente la memoria dei gesti altruistici. E’ insomma un micromondo completo. Il cippo si presenta come una scheggia appuntita di serizzo verde nella sua forma naturale. Simbolicamente rimanda al gesto eroico come fiamma “pietrificata”. In prossimità della base d’appoggio vi è una targa in bronzo con iscrizione.

 

Posizione

Nazione:
Regione:
Provincia:
Comune:
Frazione:
Moregnano di Petritoli
Indirizzo:
Giardinetti pubblici ex orto della casa natale di Gino Capriotti
CAP:
63848
Latitudine:
43.08368871344276
Longitudine:
13.656370639801025

Informazioni

Luogo di collocazione:
Il giardino pubblico dove è collocato il cippo è adiacente all'abside della chiesa parrocchiale S. Vittore e Corona di Moregnano
Data di collocazione:
25/04/2014
Materiali (Generico):
Bronzo, Pietra
Materiali (Dettaglio):
Cippo in pietra, privo di basamento, poggia direttamente sul prato, ancorata su un lato di esso vi è una targa in bronzo.
Stato di conservazione:
Ottimo
Ente preposto alla conservazione:
Comune di Petritoli
Notizie e contestualizzazione storica:
Secondo Balena: “Bandenkrieg nel Piceno-Settembre ’43 Giugno ‘44” a cura del Comitato Provinciale A.N.P.I. di Ascoli Piceno Copyright “Asculum editrice” Ascoli Piceno. 1985

SOTTO L'ASCENSIONE

Vista dal monte dell'Ascensione la selva di Rovetino è come una macchia scura proiettata da una nuvola bassa sul mare grande delle colline picene. Con i suoi 527 metri di altitudine e la fitta vegetazione di querce nane e carpini è uno dei pochi luoghi della provincia ricercati dai cacciatori sin dal tempo in cui vi avevano giurisdizione i conti Saladini-Rovetino e la località era rinomata per la caccia al cinghiale e cara al cuore di papa Sisto V.
Qui il 9 marzo 1944 si svolse una specie di feroce caccia al cinghiale nella quale però la parte del maiale selvatico da stanare, braccare ed uccidere la faceva l'uomo.
La "banda" comandata dal tenente della finanza Paolini, coadiuvato dal sottotenente degli alpini Settimio Berton, si era trasferita a Rovetino proveniente dalla zona di S. Benedetto e del basso Tronto intorno ai primi di gennaio del 1944 con l'intenzione di avere una base meno esposta ai possibili rastrellamenti e nello stesso tempo vicina alla costa adriatica alla quale era facile e relativamente sicuro arrivare percorrendo la valle del Tesino.
La formazione del tenente Paolini era una delle più efficienti e più dotate di armi e di uomini preparati ed operava con successo sin dai primi giorni del 1944 e per questa ragione era anche quella più segnalata ai comandanti tedeschi e fascisti. La sua dislocazione faceva centro in Rovetino ma si irradiava verso Castel di Croce dove aveva sede un distaccamento, a Montemoro e a Capradosso lungo il versante dell'Ascensione.
La struttura del raggruppamento era ispirata a rigidi criteri militari, gli uomini erano sottoposti ad una sostanziale disciplina, i compiti e le responsabilità erano chiaramente ripartiti; per questi motivi fu in grado di opporsi con decisione al rastrellamento e di infliggere perdite notevoli alle truppe naziste.
Il rastrellamento tedesco - anche se non così massiccio come in effetti si rivelò - era atteso. Per molti segni ed anche per notizie dirette da Ascoli, dove il parroco don Sante Nespeca aveva ottimi informatori, si prevedeva una spedizione nazista proprio per il 9 marzo. Anzi, un messaggio portato dal patriota Cataldi Severino da Ascoli, il giorno precedente, parlava chiaro: "giorno 9, ore 9".
Esaminata la situazione bisognava escludere in ogni caso di poter disperdere in tempo la formazione.
Per uscire dalla zona senza combattere era necessario rassegnarsi a farsi catturare dai tedeschi - il che equivaleva a farsi fucilare - un per uno lungo le strade già bloccate ed ai margini del comprensorio occupato dai partigiani ma già, in effetti, completamente circondato. Paolini e Berton erano due ufficiali dell'esercito e, come tali, rifiutarono all'istante la proposta avanzata loro da qualche buon amico che li avrebbe voluti consigliare di cercare un passaggio tra gli avamposti tedeschi trovando rifugio verso l'Ascensione.
I due sapevano bene che senza di loro gli uomini sarebbero rimasti allo sbaraglio e che i tedeschi avrebbero poi sfogato sui gregari la delusione di non aver trovato i capi, particolarmente ricercati e da tempo destinati al plotone di esecuzione.

ATTACCO A ROVETINO

D'altro canto la scelta tattica dei due ufficiali era quanto mai giusta: se la zona era circondata non c'era altro da fare che costringere i tedeschi ad avanzare, impegnarli in combattimento, cercare di trascinarli dentro il bosco e poi tentare di sfondare le loro linee. C'era poi una questione di stile: Paolini e Berton non sarebbero mai scappati davanti ai tedeschi. Se bisognava combattere e morire, gli ufficiali sarebbero stati alla testa dei loro uomini. Per essere patrioti bisognava anche essere, malgrado tutto, un po' romantici e sentimentali.
Alle prime luci del giorno gli uomini furono avviati alle postazioni nel bosco di Rovetino, sul colle San Severino, nella boscaglia Pierantozzi. Un osservatorio trovò sede nella chiesa parrocchiale di Castel di Croce a circa 200 metri dal paese. Distribuite le munizioni, circa cento casse di proiettili vari furono nascoste sotto la neve, nei pressi del Castello, portandole via dalla casa D' Armolati, sistemata a caserma, perché situata all'interno del paese e ciò allo scopo di evitare rappresaglie sull'abitato.
Alla vista dei preparativi un gruppo di ex prigionieri preferì sottrarsi all'imminente combattimento avviandosi verso la montagna dell'Ascensione.
Paolini - tormentato da una febbre alta-e Berton si distribuirono i compiti e le responsabilità: il primo avrebbe tenuto Rovetino ed il secondo Castel di Croce. Se fosse stato possibile avrebbero cercato di forzare insieme lo schieramento nemico, in caso contrario chi fosse riuscito a sganciarsi si sarebbe salvato, l'altro avrebbe dovuto sacrificarsi per proteggerne la ritirata. Era presente don Sante Nespeca, nevicava a raffiche, i due si guardarono e si strinsero la mano: "in bocca al lupo".
Arrivarono e passarono le 9 ma il contatto a fuoco ancora non si stabiliva;
i tedeschi sembravano titubanti ma in realtà attendevano un'altra colonna di 20 automezzi rimasta bloccata da una frana sulla provinciale Venarotta - Force. Malgrado la loro preponderanza erano quanto mai prudenti: non attaccavano mai i patrioti se non erano sicuri di averli circondati e di essere almeno in dieci contro uno.
L'attacco dei tedeschi, accompagnati da militi repubblichini di Ascoli, si iniziò verso le 10 del giorno 9 marzo 1944,
come era stato previsto.

All'alba alcuni informatori riferirono al tenente Paolini che colonne di truppe tedesche e di militi fascisti con autoblindate e dotate di mortai ed armi automatiche pesanti, muovevano alla volta di Rovetino seguendo quattro direttrici di marcia: una proveniva da nord partendo da Santa Vittoria in Matenano, una da est da Montalto Marche, una da ovest da Force, ed una infine da Venarotta, a sud. La "banda" intera veniva così chiusa in un cerchio di ferro e di fuoco con assoluta preclusione di ogni possibile ritirata lungo le valli dell'Aso e del Tesino in mezzo alle quali sorge la selva di Rovetino. Le condizioni meteorologiche erano quanto mai avverse e la neve che cadeva fitta rendeva difficile
sia la visibilità sia il celere spostamento degli uomini. I tedeschi. tuttavia, ben guidati dai repubblichini marciavano inesorabili verso l'obiettivo.
Verso le 11 si presentò all'improvviso al comando di Castel di Croce un maresciallo delle brigate nere, disarmato e con le mani alzate. Gridò: «giuro che combatterò contro i tedeschi!", catturato e a stento sottratto dal parroco ad una immediata esecuzione, venne rinchiuso in una specie di prigione in compagnia di una spia e di un sedicente capitano patriota-autentico predone - già catturati nelle azioni precedenti. In seguito venne accertato che il maresciallo aveva il compito di scompaginare con false informazioni le forze partigiane; i ribelli non fecero in tempo a fucilarlo.
Alle 11,30 gli avamposti dei patrioti avvertirono che i tedeschi - malgrado si fosse scatenata una violenta bufera di neve- premevano verso Rovetino. L'attacco infine si scatenò verso mezzogiorno. La montagna fu spazzata da un fuoco concentrico.
Disciplinatamente e senza sgomento i partigiani agirono con calma, aspettando il nemico a pié fermo ed iniziando quindi, a distanza ravvicinata, un fuoco di massa che aprendo vasti vuoti tra le file attaccanti determinò un iniziale sbandamento dei tedeschi. I patrioti al riparo della fitta vegetazione cominciarono quindi a risalire verso l'Ascensione e Castel di Croce procedendo a balzi e tenendo sempre sotto il fuoco i tedeschi.
Dopo quasi due ore di fuoco Paolini riuscì a passare con la maggior parte dei suoi uomini - dopo aver abbandonato il casolare D'Angelo trasformato in caposaldo - attraverso lo schieramento tedesco in località Vigneto. Berton, in appoggio a Paolini, ordinò in quel momento un attacco dei suoi da Castel di Croce verso Poggio Canoso, sul fianco dei tedeschi, riuscendo a portare scompiglio tra le truppe nemiche e favorendo lo sganciamento di tutti.
Il combattimento durò quasi tre ore e grazie alla accorta tattica adottata dai partigiani, i tedeschi furono costretti a raccogliere sul terreno una trentina di uomini tra morti e feriti mentre gli italiani riportavano dodici feriti e un solo morto.
Il merito di questa azione - certamente una della più brillanti sostenute dai patrioti nel corso delle operazioni di rastrellamento- andava non solo all'alto spirito combattivo degli uomini del tenente Paolini che riuscirono a far vacillare truppe agguerrite e dure come quelle tedesche ma anche, ed in modo determinante, al sacrificio di uno solo: Gino Capriotti.

GINO CAPRIOTTI DETTO “SALTAMACCHIA”

Questi era nato a Petritoli nel 1921 e dopo 1'8 settembre si era ritrovato insieme con tanti altri alla macchia in quel di Rovetino per sfuggire ai bandi di reclutamento dei tedeschi.
Non era nato per fare l'eroe e nemmeno il soldato, amava la vita all'aria aperta per il semplice motivo che non aveva una casa ben definita e neppure una famiglia.
Si arrangiava a vivere alla giornata lavorando per i contadini che lo conoscevano e gli volevano bene perché era servizievole e si accontentava di poco.
Quando era riuscito a sfamarsi era soddisfatto e per dormire gli bastava poco, un fienile o una stalla o meglio ancora un pezzo di prato, se la stagione era buona.
La gente lo chiamava «saltamacchia", o qualcosa del genere, appunto per il suo vagabondare per i campi quasi sempre come un animale selvatico, oppure «Gino il rosso" per via del colore dei capelli. Con i patrioti stava bene, si era affezionato al tenente Paolini ed era sempre pronto ad offrirsi per qualsiasi missione senza cercare di far credere di essere migliore degli altri o di avere coraggio più degli altri. Lui faceva quello che c'era da fare e basta. E proprio per questo era il migliore del gruppo.
La sua intelligenza di vagabondo era acuta e lineare e tutta la sua logica era ancorata al concreto, ai fatti, alle cause ed agli effetti, così come sono concatenati nella natura.
Era un tipo che quando gli altri parlavano di politica, di democrazia e di fascismo, di socialismo e di libertà, preferiva far quattro passi per i campi, cercare nidi, rubare qualche gallina, pescare pesci. Perché altrimenti non si mangiava. Per lui tutta la politica consisteva nel fatto che i tedeschi lo volevano portare a lavorare e a combattere per ragioni che non erano le sue e neppure quelle della sua terra. Per questo i tedeschi erano i suoi nemici ed i fascisti dei bastardi che li aiutavano. Tutto il resto non lo riguardava. Del resto non amava le cose superflue e qualche giorno prima del 9 marzo, quando gli avevano dato un paio di scarpe da montagna nuove fiammanti, lui se le era subito vendute per una robusta mangiata di salsicce nella cascina di un contadino. «Gino il rosso" con le scarpe rotte poteva combattere ma a stomaco vuoto no, e si era invece innamorato di una mitragliatrice «Breda" che aveva imparato a manovrare da far invidia al più provetto mitragliere. Sapeva che gli sarebbe potuta servire e se l'accarezzava con gli occhi.
E fu a «Gino il rosso" che toccò di restare nella macchia di Rovetino a frenare le impazienze tedesche con la sua
mitragliatrice. Nessuno glielo suggerì e tanto meno ordinò, ma per lui era perfettamente chiaro che nel momento in cui i patrioti iniziavano a ripiegare attraverso l'accerchiamento infranto, bisognava che qualcuno restasse sul posto a tener ferma la muta dei cani. Disse agli altri «andate che qui ci penso io" ed accoccolato sulla neve dietro la "Breda" si preparò alla sua ultima libera avventura.
Le raffiche di Gino Capriotti erano secche, brevi, improvvise e dove arrivavano lasciavano il segno. I tedeschi furono costretti a fermarsi e ad iniziare una manovra di accerchiamento per quel solo partigiano. Impiegarono i mortai, ma Gino sembrava invulnerabile.
Sparava e poi caricava sulle spalle la mitragliatrice e si eclissava nel folto della forra.
Quando i tedeschi si azzardavano ad avanzare lui riappariva, cinquanta o cento metri più in là o più in qua, e le raffiche riprendevano come maledizioni.
Ma la beffa doveva essere ancora più atroce.
Infatti attratta dall'intenso e diverso fuoco di mitragliatrici proveniente dalla selva (Capriotti a tratti usava anche un'altra mitragliatrice rimasta sul terreno, una «Hotchkis" greca), la colonna tedesca ferma al mattino sulla strada di Venarotta - Foce, giunta sul campo di lotta, si era diretta - nella nebbia fitta scesa dopo la nevicata -verso la "Torretta" di Rovetino dove il Capriotti resisteva agli assalti.
I tedeschi sopraggiunti non riconobbero le loro truppe ed aprirono il fuoco ammazzando alcuni dei loro camerati e perdendo a loro volta altri uomini colpiti dal fuoco di risposta dei tedeschi stessi che si ritennero attaccati alle spalle.
Fu la cosa più bella della giornata.
Il gioco durò un'ora, ma ormai braccato nella selva come un cinghiale, Caapriotti Gino non aveva più scampo ed allora, senza più muoversi, attese l'ultimo attacco.
I suoi compagni giunti in salvo verso Castel di Croce udirono ancora a lungo la «Breda" di Gino che cantava alta sulla collina di Rovetino, in mezzo a scoppi e grida di dolore. Poi tacque.
«Gino il rosso", questo «saltamacchia» vagabondo nato per vivere all'aria aperta, era stato ferito e quando i tedeschi giunsero sulla mitragliatrice trovarono una pozza di sangue.
Nella neve una lunga traccia rossa segnava i passi incerti dell'uomo nel bosco fitto.
La caccia non era ancora finita. Quando lo presero era allo stremo, aveva perduto molto sangue e l'ultimo gliela fecero uscire con un colpo di baionetta sul collo.
Come si faceva con i cinghiali al tempo dei conti di Rovetino.


Pubblicazione divulgativa dell'Associazione "Tutti per Moregnano" 25 aprile 2014:


70esimo ANNIVERSARIO DELLA MORTE DI
GINO CAPRIOTTI
EROE DELLA RESISTENZA
(Moregnano 6/10/1921-Rovetino 9/03/1944)

Il 25 Aprile è l’anniversario della rivolta armata partigiana e popolare contro le truppe di occupazione naziste e i fiancheggiatori fascisti in Italia. Il ricordo della Resistenza si sta affievolendo e lo si vede dalla indifferenza dei giovani. Spesso la gente di un luogo non sa, non ricorda. Altre volte si sente dire dell’inutilità e dannosità della Resistenza, altri dicono che l’azione dei partigiani probabilmente non è stata determinante ai fini della Liberazione ma sicuramente ne velocizzò il raggiungimento attraverso azioni di disturbo continuo che impegnarono e frantumarono nel territorio gli sforzi militari dell’esercito tedesco. L’Associazione culturale “Tutti per Moregnano” ha colto l’occasione per ricordare in questa giornata il patriota Gino Capriotti che a Moregnano è nato e dedicare a lui un cippo lapideo posto nei giardinetto pubblico di questo piccolo paese che originariamente era l’orto della casa di Gino.
Per la comunità di Moregnano il 25 Aprile diventa ancora più incisivamente il giorno della memoria, ricordare un compaesano che qui è nato e che di lui si era persa memoria è la cosa più bella che questa piccola comunità potesse fare.
Gino Capriotti è stato un ragazzo che a 23 anni, di sua volontà donò la propria vita morendo in battaglia per salvare quella dei propri compagni. Oggi lo potremmo definire eroe ma più precisamente potrebbe essere definito esempio di altruismo amplificato da motivazioni alte e persistenti nel tempo che investono i valori della nostra vita di oggi.
Gino Capriotti inizia e conclude la sua esperienza di partigiano all’interno della Banda Paolini, una delle più importanti bande partigiane della Provincia di Ascoli Piceno comandata dal tenente della Guardia di Finanza Gian Maria Paolini di Galessio e dall’alpino Settimio Berton di Vidor.
Ben strutturata militarmente questa banda ai primi di gennaio ‘44 da San Benedetto del Tronto si sposta a Rotella nelle località di Rovetino, Capradosso, Montemoro, Castel di Croce ed in questo territorio è oggetto di un rastrellamento tedesco in grande scala. Secondo la ricostruzione del Balena in una pubblicazione avallata dall’ANPI di Ascoli Piceno i fatti si svolsero nella seguente maniera: “L'attacco dei tedeschi, accompagnati da militi repubblichini di Ascoli, iniziò verso le 10 del giorno 9 marzo 1944., colonne di truppe tedesche e di militi fascisti con autoblindate e dotate di mortai ed armi automatiche pesanti, muovevano alla volta di Rovetino seguendo quattro direttrici di marcia: una proveniva da nord partendo da Santa Vittoria in Matenano, una da est da Montalto Marche, una da ovest da Force, ed una infine da Venarotta, a sud. La montagna fu spazzata da un fuoco concentrico,…. il combattimento durò quasi tre ore e grazie alla accorta tattica adottata dai partigiani, i tedeschi furono costretti a raccogliere sul terreno una trentina di uomini tra morti e feriti mentre gli italiani riportavano dodici feriti e un solo morto”.
L’unico partigiano ucciso in questa azione si chiamava Gino Capriotti un ragazzo di soli 23 anni nato a Moregnano di Petritoli in contrada Solagna.
La testimonianza orale del signor Sante Bassetti del 1996 ci mostra un ritratto caratteriale di Gino: “…si ricordo Gino “lu rusciu” , un ragazzo timido ed educato. Veniva spesso a chiedere di fare qualche lavoro; quei lavori stagionali che la gente che vive in campagna conosce bene. Non accettava neanche un bicchiere di vino fino a quando la fatica non gli aveva reso la gola arsa. Io lo guardavo negli occhi e invidiavo il suo stato di ragazzo, il suo vagabondare nei boschi. Aveva ancora un viso da adolescente che si accentuava quando si fermava a giocare con mio fratello. Una sera, di quelle che si ricordano, pioveva a dirotto e mio padre invitò Gino a ripararsi in casa ma declinò l’invito con un gesto della mano e corse verso il fienile dove rimase tutta la notte (...)”.


Contenuti

Iscrizioni:
(In una targa di bronzo collocata in prossimità della base)
GINO CAPRIOTTI
Moregnano 6-10-1921 Rovetino 9-3-1944

EROE DELLA RESISTENZA
MEDAGLIA D'ARGENTO AL VALOR MILITARE

La Comunità di Moregnano
L'amministrazione comunale di Petritoli 25 aprile 2014

Simboli:
Secondo l’ideatore del cippo, la naturale irregolarità della grande scheggia di serizzo verde simboleggia una fiamma pietrificata che rischiara le tenebre dell’orrore grazie al gesto altruistico dell’eroe.

Altro

Osservazioni personali:
Questa pietra della memoria è stata voluta dalla comunità del piccolo borgo di Moregnano quando qualcuno scoprì che il giardino pubblico del luogo era in origine l’orto della casa in cui nacque il patriota Gino Capriotti.
Investendo gli introiti della sagra della polenta quella piccola comunità è riuscita ad organizzare per il 25 aprile 2014 un convegno sulla figura di Gino Capriotti medaglia d’argento al valor militare, acquistato e posizionato la stele, curato la pubblicazione di opuscoli, organizzato la festa d’inaugurazione con la presenza di amministratori pubblici (che molto hanno contribuito a rendere istituzionale il tutto), assessori regionali, ANPI di Ascoli Piceno, reduci, forze dell’ordine ed ecclesiastici. Quando la volontà di ricordare parte dal basso come in questo caso, può anche diventare superflua nel presente ma posizionare una pietra è sempre un messaggio rivolto alle future generazioni se però riescono a conservarne la memoria.



Gallery