290312 - Lastra ai Caduti dell’eccidio di Sidolo – Bardi (PR)

Il 20 luglio 1944, nel corso dell’Operazione “Wallenstein II”, i tedeschi fucilarono nella frazione Sidolo di Bardi due sacerdoti, un chierico e cinque civili. A loro memoria, è stata dedicata una lastra che, in origine, si trovava sul muro del piccolo Cimitero locale ed ora è apposta sul fianco destro della Chiesa parrocchiale dedicata a Sant’Ambrogio. E’ stata voluta dai Comuni di Bardi e Borgo Val di Taro, quest’ultimo paese di origine della maggior parte delle vittime e dalle Associazioni partigiane.
Si tratta di una lastra di pietra di forma rettangolare poggiante su due piedini dello stesso materiale. L’epigrafe reca incisi la data dell’eccidio ed i nomi degli otto Caduti, prima i tre religiosi, poi, in ordine alfabetico, i cinque civili. Accanto ad ogni nominativo vi è l’anno di nascita. Sotto l’epigrafe sono incisi anche gli Enti promotori di questa “memoria”.

Posizione

Nazione:
Regione:
Provincia:
Comune:
Frazione:
Frazione Sidolo
Indirizzo:
Strada Provinciale 66, Chiesa di Sant'Ambrogio
CAP:
43032
Latitudine:
44.573698635424
Longitudine:
9.7010164932214

Informazioni

Luogo di collocazione:
Parete esterna del fianco destro della Chiesa parrocchiale di Sant'Ambrogio.
Data di collocazione:
Informazione non reperita
Materiali (Generico):
Bronzo, Pietra
Materiali (Dettaglio):
Pietra per la lapide e per i due piedini di sostegno. Bronzo per il vaso portafiori.
Stato di conservazione:
Ottimo
Ente preposto alla conservazione:
Comune di Bardi e Comune di Borgo Val di Taro, Associazioni partigiane
Notizie e contestualizzazione storica:
Dal libro di Massimo Storchi “Anche contro donne e bambini. Stragi naziste e fasciste nella terra dei fratelli Cervi” pagg. 196/98, 206 (le note tra parentesi e alcune correzioni sono mie).
<< Alla fine del giugno 1944 l’aumentata attività partigiana in montagna, che minacciava le linee strategiche di comunicazione attraverso l’Appennino (la Strada Statale 62 della Cisa, la 63 del Cerreto e la 12 dell’Abetone) spinse la Luftwaffe – che aveva il proprio comando a Salsomaggiore Terme (PR) – a progettare e mettere in pratica una serie di operazioni denominate “Wallenstein” (dal nome del condottiero delle armate cattoliche nella Guerra dei Trent’anni). Il comando fu assunto dal generale (generalmajor, NdS) Walter Von Hippel, comandante della contraerea (25a Flak-Division, NdS).
Le operazioni si svolsero in tre fasi distinte:
a) Wallenstein I (30 giugno – 7 luglio 1944) nel territorio tra la Statale 62 a ovest, la Via Emilia tra Parma e Reggio Emilia a nord, la Statale 63 a est e la strada Fivizzano-Pontremoli (in provincia di Massa-Carrara) a sud.
b) Wallenstein II, investì successivamente l’area intorno a Bardi, Borgo Val di Taro, Bedonia, Varsi, tutte in provincia di Parma.
c) Wallenstein III (30 luglio – 10 agosto 1944) colpì, nel Reggiano e nel Modenese, l’area della “Repubblica di Montefiorino”.
Si trattò di operazioni di grandi dimensioni, furono impiegate, secondo fonti tedesche, almeno 5000-6000 uomini: militari provenienti da reparti di retrovia, non necessari al fronte, in gran parte uomini dell’aviazione (antiaerea in particolare), ma anche di reparti delle trasmissioni e dei servizi logistici aeroportuali, inquadrati in reparti recuperati dall’Italia centrale o provenienti da Liguria, Piemonte e pianura padana. Fra essi anche reparti di polizia che presidiavano i passi appenninici e le truppe da fortezza della zona di La Spezia.
(…) La strategia offensiva tedesca non prevedeva più un’azione concentrata su singoli obiettivi ma l’attacco ad ampio raggio e ripetuto sui centri maggiori, il rastrellamento sistematico di civili maschi, il saccheggio di bestiame e la distruzione dei raccolti. Non si trattava di veloci puntate, come in primavera, ma di azioni condotte da truppe che si trattenevano sul territorio (nel caso della terza fase della “Wallenstein III” dal 30 luglio al 10 agosto 1944) dove gli obiettivi erano stati individuati con un preventivo lavoro di intelligence.
(…) Per raggiungere questi obiettivi le truppe tedesche non esitarono a replicare su ampia scala la tattica di guerra ai civili, e se non si verificarono eccidi concentrati di rilevanti proporzioni (…) nell’arco del mese durante il quale la montagna reggiana fu sotto attacco l’uccisione di civili fu una costante in tutto il teatro dell’operazione.
(…) La popolazione civile maschile era uno degli obiettivi e come tale veniva colpita, senza discriminazione di età o provenienza. Si fucilarono uomini a piccoli gruppi, colpiti singolarmente e a caso, configurando quella che può essere definita una strage diffusa.
(…) La strategia adottata dai tedeschi con le Operazioni Wallenstein, pur non concordata con le autorità fasciste, colse pienamente, anche se temporaneamente, gli obiettivi previsti: fu acquisita a forza una certa quantità di manodopera necessaria all’economia del Reich, fu interrotta l’esperienza della zona libera di Montefiorino, mentre le formazioni partigiane, dopo lo sbandamento, tornarono all’azione solo ai primi di Settembre dopo una completa riorganizzazione (…), dovendo oltretutto recuperare in buona parte il rapporto con la popolazione civile che vedeva nella presenza partigiana – e nella sua incapacità a resistere all’attacco tedesco e difendere i paesi – uno dei motivi della tragedia abbattutisi sull’Appennino.>>


L’eccidio di Sidolo

Intorno alle 8:00 del 20 luglio 1944 a Sidolo, frazione del Comune di Bardi posta sulla valle del torrente Toncina, giunse una colonna di militari tedeschi con lo scopo di catturare uomini da adibire a forza lavoro. Questi, proprio per la paura di essere rastrellati, si erano nascosti nei boschi della zona. In quel momento nell’abitato si trovavano solo vecchi, donne e bambini oltre all’arciprete don Giuseppe Beotti, don Francesco Delnevo, prevosto di Porcigatone (Borgo Val di Taro), qui rifugiatosi dal giorno precedente dopo essere sfuggito al rastrellamento del proprio paese, e Italo Subacchi, da Bardi, studente del Seminario di Parma, amico di don Beotti e che qui stava trascorrendo un periodo di vacanza. Don Beotti, invitato anche lui a fuggire, preferì rimanere in paese per non abbandonare il suo popolo alla mercé dei nazisti.
I tedeschi irruppero nella Chiesa proprio quando don Beotti, insieme a don Delnevo e al seminarista Subacchi aveva terminato la Messa. Il comandante chiese se nel paese e nei suoi dintorni vi fossero dei partigiani. Alla risposta negativa, i tre religiosi furono portati fuori dalla canonica, perquisiti e sorvegliati da alcuni soldati armati. Altri militari si dettero alla perquisizione della casa parrocchiale.
Visto che a carico dei prigionieri non fu trovato niente di compromettente, i tre furono lasciati liberi non prima di essere costretti ad offrire da mangiare agli indesiderati ospiti. Don Giuseppe, inoltre, ricevette l’assicurazione dal comandante tedesco che la popolazione non avrebbe avuto nulla da temere. Tuttavia le case del paese subirono la perquisizione dei soldati ed una fu addirittura data alle fiamme.
Nel primo pomeriggio, improvvisamente, si presentò alla canonica un soldato con l’ordine di prelevare i tre religiosi e condurli nella vicina località detta “Di là del Rio”. Subito dopo altri tedeschi si diedero al saccheggio della Chiesa e della canonica, derubando la sorella di don Beotti dei pochi soldi che il fratello, don Delnevo e Subacchi le avevano lasciato in custodia.
I due sacerdoti ed il seminarista furono allineati lungo un muricciolo che costeggiava un terreno di proprietà della Chiesa, dinanzi ad un soldato alla mitragliatrice. Dopo un’ora di spasmodica attesa nella quale si scambiarono la reciproca assoluzione e gli ultimi abbracci, i tre furono fucilati. Un tedesco poco prima aveva detto loro “Voi … in Cielo … pregare per noi!”. Mentre don Beotti e don Delnevo morirono subito, lunga fu l’agonia del giovane Subacchi, lasciato agonizzate sul luogo della fucilazione. I cadaveri subirono anche l’oltraggio di essere derubati.
La fucilazione forse fu causata dall’accusa mossa a don Beotti di aver fatto esporre un lenzuolo bianco sulla torre del paese, equivocato come un segnale per i partigiani mentre, in realtà, avrebbe dovuto segnalare ai tedeschi l’esatto contrario, ovvero che a Sidolo non era stata organizzato nessun tipo di resistenza.
Quel giorno Sidolo versò un altro tributo di sangue.
Il vasto rastrellamento messo in atto dai tedeschi investì anche il territorio di Borgo Val di Taro e molti abitanti cercarono di porsi in salvo nei monti circostanti e nei borghi più remoti, tra i quali anche Porcigatone, raggiunto fin dal giorno precedente da molti borgotaresi. Ma l’azione dei nazisti era stata capillare ed allora i fuggitivi raggiunsero il Passo di Santa Donna (tra Borgo Val di Taro e Bardi), per cercare rifugio nella fitta boscaglia. Altri si divisero in piccoli gruppi per tentare di porsi al di fuori del raggio d’azione dei rastrellatori. Uno di questi gruppi, formato da sette uomini, tra cui il parroco di Porcigatone, don Francesco Delnevo, si portarono a Sidolo per cercarvi ospitalità, ma gli abitanti, già prostrati alla notizia del rastrellamento, li invitarono ad andarsene per non creare ulteriore pericolo. Solo don Delnevo, venne ospitato nella canonica da don Beotti. Gli altri riuscirono a rifugiarsi in una capanna usata per il bestiame posta fuori dall’abitato.
Alle prime luci del mattino successivo, 20 luglio 1944, i sei uomini (Bruno Benci, Francesco Bozzia, Antonio Brugnoli, i fratelli Giuseppe e Girolamo Brugnoli e Giuseppe Ruggeri), provati ed affamati, decisero di ritornare a Sidolo ma qui giunti trovarono il paese occupato dai tedeschi. Allora, vista l’impossibilità di una fuga, si presentarono ai soldati con la convinzione di presentarsi come semplici civili innocenti. Non furono compresi o forse non furono creduti e per questo vennero presi e condotti in un campo recintato. Antonio Brugnoli chiese ad un soldato italiano cosa stesse accadendo, ma questi lo rassicurò invitandolo alla calma. All’arrivo in paese di una nuova colonna di rastrellatori un ufficiale tedesco diede l’ordine di fucilare i prigionieri. I sei vennero condotti davanti al piccolo Cimitero ed allineati per l’esecuzione. Pochi attimi prima della scarica, Antonio Brugnoli si gettò a capofitto lungo un sentiero che scendeva a fianco del Cimitero e, nonostante i colpi sparati dai soldati, riuscì miracolosamente a salvarsi. I cadaveri poterono essere recuperati solo quando i tedeschi lasciarono il paese.

I Caduti furono:
1. Bruno Benci, nato il 3 giugno 1902, da Borgo Val di Taro.
2. don Giuseppe Beotti, nato il 26 agosto 1912 a Campremoldo Sotto, frazione di Gragnano Trebbiense (PC), da una famiglia di agricoltori. Nel 1925 entrò nel seminario della diocesi di Piacenza. Dopo aver frequentato il Collegio “Alberoni” di Piacenza, fu ordinato sacerdote il 2 aprile 1938. Dopo l’esperienza da curato a Borgonovo Val Tidone (PC), dal 21 gennaio 1940 divenne arciprete di Sidolo. La sua canonica fu sempre aperta per tutti coloro che avevano bisogno di ricetto e di aiuto e con il passaggio della guerra lo fu anche per i partigiani, per i renitenti alla leva fascista e per gli ebrei. E’ stato proclamato “beato” da Papa Francesco il 30 settembre 2023. Le sue reliquie si trovano raccolte in un’urna nella Chiesa di San Michele Arcangelo a Gragnano Trebbiense.
3. Francesco Bozzia, 20 luglio 1900, da Borgo Val di Taro.
4. Giovanni Brugnoli, nato il 4 febbraio 1904, da Borgo Val di Taro, fratello di Girolamo.
5. Girolamo Brugnoli, nato il 29 settembre 1894, da Borgo Val di Taro, fratello di Giovanni (sulla lapide posta all’esterno della Chiesa parrocchiale è incisa quale data di nascita il 22 settembre 1894).
6. don Francesco Delnevo, nato il 3 marzo 1887 a Borgo Val di Taro (sulla lapido posta all’esterno della Chiesa parrocchiale è incisa quale data di nascita il 3 settembre 1887). Già curato di Pontenure (PC), da un ventennio era stato nominato parroco di Porcigatone.
7. Giuseppe Ruggeri, nato il 1° luglio 1904, da Borgo Val di Taro.
8. Italo Subacchi, nato il 30 novembre 1921 a Bardi.

FONTI:
• Giacomo Bernardi, “Quel luglio di sangue: le atrocità commesse dai nazifascisti verso le popolazioni civili delle valli del Taro, del Ceno e loro affluenti”, Associazione Ricerche Storiche Valtaresi “A. Emmanueli”, Borgotaro 2011.
• Marco Minardi, “Memorie di Pietra. Monumenti alla Resistenza, ai suoi caduti e alle vittime civili durante l’occupazione militare tedesca nella provincia di Parma”, Ass.ni Partigiane della Provincia di Parma ALPI-ANPI-APC, Com. di Parma, Amm. Prov. di Parma, Fond. Monte di Parma, Grafiche STEP, Parma 2002.
• don Riccardo Molinari, “Montagne insanguinate. Storia di un rastrellamento di guerra nella zona Piacentina-Parmense della Val Ceno e Val Taro”, Grafica Lunense, La Spezia 1965
• Massimo Storchi, “Anche contro donne e bambini. Stragi naziste e fasciste nella terra dei fratelli Cervi”, Imprimatur, Reggio Emilia 2016.
• www.enciclopediaresistenzapc.it/wiki/beotti-giuseppe-beato/
• www.straginazifasciste.it

Contenuti

Iscrizioni:
AFFINCHE' L'UOMO NON USI PIU' LA VIOLENZA
A PERENNE RICORDO DEI MARTIRI CIVILI
QUI FUCILATI IL 20 LUGLIO 1944
PER FEROCE RASTRELLAMENTO NAZISTA

BEOTTI DON GIUSEPPE 26 – 8 – 1912
PARROCO DI SIDOLO
DELNEVO DON FRANCESCO 3 – 9 – 1887
PARROCO DI PORCIGATONE
SUBACCHI ITALO 30 11 – 1931
DIACONO
BENCI BRUNO 3 – 6 – 1902
BOZZIA FRANCESCO 20 – 7 – 1900
BRUGNOLI GIOVANNI 4 – 2 – 1904
BRUGNOLI GIROLAMO 22 – 9 – 1894
RUGGERI GIUSEPPE 1 – 7 – 1904

I COMUNI DI BARDI E
BORGO VAL DI TARO

LE ASSOCIAZIONI
PARTIGIANE

Simboli:
Sotto la lastra, in posizione centrale, è infisso un piccolo vaso portafiori di bronzo.

Altro

Osservazioni personali:
Queste vittime sono ricordate anche in un cippo collettivo posto a metà strada tra la Chiesa di Sant’Ambrogio ed il Cimitero, mentre ai 3 religiosi è stato eretto un monumento sul luogo del loro sacrificio, in località detta “Di là del Rio” (vedere le relative schede su questo stesso sito). Una lapide dedicata solo a don Beotti si trova all’interno della Chiesa di Sidolo. I nomi dei fucilati originari di Borgo Val di Taro si trovano anche nel monumento dedicato ai Caduti della I e II Guerra Mondiale posto nei Giardini IV Novembre di questa cittadina.

Le immagini risalgono al Settembre 2018.

Coordinate Google Maps:
44.573723, 9.701157

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