300959 - Pietra d’inciampo a ricordo di Roberto Enea Lepetit – Milano

Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, il territorio di Ponte Lambro, insieme al resto della Brianza, divenne un centro nevralgico della Resistenza contro l’occupazione nazifascista. Qui, militari e civili si unirono precocemente in bande partigiane, lottando per la libertà finalmente conquistata il 25 aprile 1945 al prezzo del sacrificio di tante giovani vite.
Figura simbolo di questo territorio e periodo storico fu Roberto Lepetit (Lezza di Ponte Lambro, 29 agosto 1906 – Ebensee, 4 maggio 1945), un importante imprenditore farmaceutico (con sede a Milano) e partigiano italiano. Egli si distinse per l’instancabile diffusione degli ideali partigiani (e di sovvenzioni in denaro, farmaci e beni di prima necessità a civili e bande di patrioti combattenti) prima di essere catturato e deportato nel campo di Mauthausen-Melk-Ebensee, dove perse la vita due giorni prima della liberazione dei campi.

Il 15 gennaio 2020 il Comune di Milano ha fatto porre all’ingresso della sede della abitazione in cui Lepetit viveva, in via Benedetto Marcello 8, una pietra d’inciampo dedicata alla sua memoria. L’iniziativa è stata promossa insieme al Comitato per le Pietre d’inciampo di Milano, fondatrice la Senatrice a Vita Liliana Segre.

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Posizione

Nazione:
Regione:
Provincia:
Comune:
Frazione:
Indirizzo:
Via Benedetto Marcello, n. 8
CAP:
20124
Latitudine:
45.479639372801
Longitudine:
9.2072088161928

Informazioni

Luogo di collocazione:
La pietra è inserita nel marciapiede antistante il portoncino di ingresso di Via B. Marcello 8 a Milano.
Data di collocazione:
15 gennaio 2020
Materiali (Generico):
Ottone, Pietra
Materiali (Dettaglio):
La pietra d'inciampo è un cubo di porfido ricoperto da una piastra di ottone sulla faccia superiore, dove è incisa la dedica. Misura della piastra in ottone: 10x10 cm.
Stato di conservazione:
Ottimo
Ente preposto alla conservazione:
Municipalità di Milano, congiuntamente al Comitato per le Pietre d'inciampo di Milano
Notizie e contestualizzazione storica:
La Storia della Liberazione dall'occupante nazista e da quei fascisti che, dopo l'armistizio dell'8 settembre 1943, decisero di andare avanti al fianco dell'invasore, delinea l'evoluzione storica e l'impegno civile di tutto il Triangolo Lariano, area che si incunea nel lago omonimo a separare i rami di Como e di Lecco.
Figura di spicco di questo territorio fu Roberto Enea Lepetit, detto “Roby”, nato a Lezza (Como) il 29 agosto 1906, figlio di Emilio Lepetit e di Bianca Moretti. Il padre Emilio, nato a Milano nel 1869, si occupò assieme al fratello Roberto delle imprese chimico-farmaceutiche di famiglia, la “Lepetit”, fondata nel 1868 come “Ledoga". Alla morte del genitore, il giovane Roberto fu obbligato a lasciare gli studi classici e ad affiancare lo zio omonimo nella conduzione della ditta, finché gli succedette nel 1928, a soli 22 anni.
Per necessità professionali, nel 1930 si iscrisse al Partito nazionale fascista, sebbene da sempre fosse stato di ideali antifascisti, criticando spesso la politica del regime mussoliniano. Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, aderì convintamente al Partito d’azione (del quale da mesi già leggeva e diffondeva tra i più stretti collaboratori il giornale pubblicato clandestinamente, Italia Libera). Da quel momento, prese parte attivamente alla Resistenza: dà asilo e riparo agli ex-prigionieri; quindi, dall’ottobre del 1943, inizia a collaborare attivamente con il movimento partigiano, fornendo denaro e documenti falsi, producendo materiali per il sabotaggio, ed organizzando in prima persona gli aviolanci. Entrato in contatto con il Comitato di liberazione nazionale milanese, iniziò a sovvenzionarlo economicamente e a fornire medicinali.
Lepetit in breve tempo maturò una tale avversione al fascismo, e in modo così poco nascosto, che nel 1942 fu espulso dai Fasci. In quell’anno ebbe i primi contatti clandestini con esponenti del Comitato di Liberazione Alta Italia, e si avvicinò al Partito d’Azione. Alla fine del 1942, come tanti, fu costretto dalla guerra a sfollare da Milano. Si trasferì a Garessio, nel cuneese, dove già era attivo un centro di produzione della Lepetit, con la famiglia e il personale dell’Azienda milanese, che fino alla fine cercò di sostenere con interventi concreti. Ma mentre si allontanava dai bombardamenti alleati, si venne a trovare nel bel mezzo di una durissima guerriglia partigiana. In Piemonte, Lepetit appoggiò la Resistenza locale con svariati interventi. La sede di Garessio della Lepetit divenne un punto di appoggio fondamentale per i combattenti della Liberazione.
Alla fine di novembre 1943 i tedeschi arrivarono in forze e occuparono il paese. Lepetit dal suo arrivo aveva già dato il suo contributo: nascose ed aiutò a fuggire un gruppo di ben 360 jugoslavi, prigionieri in un campo di concentramento nella valle, ed aveva stretto rapporti con i partigiani della Val Casotto.
Nel maggio del 1944 si trasferì a Rho (Milano), e sostenne il Comitato di liberazione nazionale dell’Alta Italia, elargendo importanti sovvenzioni in denaro; in quel periodo conobbe Ferruccio Parri, capo del primo governo italiano del dopoguerra ispirato dai movimenti della Resistenza, e con lui ebbe rapporti di reciproca stima.
La sera del 24 maggio creò una squadra interna all’impresa di famiglia, con due nuclei di volontari addestrati, l’uno di operai e l’altro di impiegati, la SAP “Roberti”, che prenderà successivamente parte alle insurrezioni dell’aprile 1945.
Roberto Lepetit non fu il solo membro dell’alta borghesia milanese e lombarda che presero parte in vario modo alla lotta di liberazione: si pensi al ruolo di primo piano che ebbero moltissimi, come Giustino Arpesani, Cesare Merzagora, Enrico Falck, Aldo Borletti, o i più giovani Paolo Brichetto, Leopoldo Zambeletti e Guglielmo Mozzoni e tanti altri che portarono all’interno del movimento il proprio contributo. […] È soprattutto attraverso la mediazione liberale, oltre a quella democristiana, che confluirono temporaneamente nella Resistenza anche taluni esponenti e gruppi della grossa borghesia: uomini come Alfredo Pizzoni, Cesare Merzagora, Enrico Falck e Aldo Borletti non solo finanziarono la lotta, ma partecipano direttamente al moto cospirativo. Tra essi, Roberto Lepetit pagherà con la vita la sua adesione alla Resistenza.
Il 29 settembre 1944 su delazione venne arrestato dai nazifascisti: fu prelevato direttamente dall'ufficio e trasportato prima all’Hotel Regina a Milano, quartier generale delle SS, poi al carcere di San Vittore, dove venne sottoposto a estenuanti interrogatori e torture. A metà ottobre fu trasferito nel campo di transito di Bolzano, un mese dopo venne deportato nel lager di Mauthausen, con il numero di matricola 110300. Dalla prigionia a Bolzano, Roberto Lepetit scrisse numerose lettere alla moglie Hilda; inoltre, riuscì a organizzare una farmacia interna clandestina e a mantenere contatti con i referenti milanesi della Resistenza. Spostato nel sottocampo di Melk e ricoverato per tubercolosi, ad aprile del 1945 venne traslocato nel campo di concentramento di Ebensee, dove morì di stenti, probabilmente il 4 maggio 1945: all’epoca, non aveva ancora compiuto trentanove anni.
Nel 1948 a Ebensee, sopra la fossa comune nella quale vennero gettati i corpi di 1179 vittime (tra questi, verosimilmente, pure quello di Roberto Lepetit), fu inaugurato un monumento progettato dall’architetto e designer Gio Ponti (1891-1979), fortemente voluto dalla vedova di Roberto, Hilda; la monumentale croce reca incisa, in tre lingue, la frase “AL MARITO QUI SEPOLTO / COMPAGNO EROICO DEI MILLE MORTI CHE INSIEME RIPOSANO / E DEI MILIONI DI ALTRI MARTIRI DI OGNI TERRA E DI OGNI FEDE / AFFRATELLATI DALLO STESSO TRAGICO DESTINO / UNA DONNA ITALIANA DEDICA / PREGANDO PERCHÉ COSÌ IMMANE SACRIFICIO / PORTI BONTÀ NELL’ANIMO DEGLI UOMINI”.

Le Pietre d'inciampo (in tedesco Stolpersteine) sono una iniziativa dell'artista tedesco Gunter Demnig che ha già posato più di 100 000 pietre in tutta Europa. L'obiettivo di tale progetto è mantenere viva la memoria delle vittime di tutte le deportazioni e per farlo è stato scelto il luogo simbolo della vita quotidiana: la casa.

Oltre alla presente Pietra, anche a Ponte Lambro, dove Lepetit nacque, il Comune ha fatto posare una Pietra d'inciampo nel cortile dell'Istituto Comprensivo Statale (vedi) e una lastra commemorativa a Lezza di Ponte Lambro, nella piazza a lui dedicata (vedi). A Roberto Lepetit è inoltre dedicata una lastra commemorativa a Milano, in via Roberto Lepetit 8, sede dell'azienda farmaceutica in cui svolse la sua attività imprenditoriale e dove fu arrestato (vedi):
Pietre della Memoria 297730 - Pietra d’inciampo a ricordo di Roberto Lepetit – Ponte Lambro (CO)
Pietre della Memoria 294341 - Lastra commemorativa a Roberto Lepetit – Ponte Lambro (CO)
Pietre della Memoria 300999 - Lastra commemorativa a Roberto Enea Lepetit, Milano (MI) (in fase di pubblicazione)

A Milano, Roberto Lepetit è inoltre ricordato come partigiano in numerosi memoriali della Resistenza:
Pietre della Memoria 282816 - Lapide a ricordo dei Caduti in Zona 3 – Milano
Pietre della Memoria 187463 - Ai Caduti per la Libertà – Loggia dei Mercanti – Milano
Pietre della Memoria 188732 - Campo della Gloria ai Caduti per la Libertà – Cimitero Maggiore – Milano
Pietre della Memoria 121258 - Monumento ai Caduti nei Lager in Germania – Milano

Contenuti

Iscrizioni:
QUI ABITAVA
ROBERTO LEPETIT
NATO 1906
ARRESTATO 29. 9. 1944
DEPORTATO
MAUTHAUSEN
ASSASSINATO 4. 5. 1945
EBENSEE
Simboli:
Le pietre d'inciampo (Stolpersteine in tedesco) sono piccoli blocchi di pietra ricoperti da una piastra di ottone lucente (10x10 cm), incastonati nei marciapiedi davanti alle case delle vittime del nazifascismo. Ideate dall'artista Gunter Demnig, riportano il nome, la data di nascita, la deportazione e la morte per mantenere viva la memoria. Il loro nome simboleggia l'atto del passante di "inciampare" con lo sguardo ed il pensiero nel nome e le vicissitudini di chi vi è commemorato, inducendolo ad una sosta e ad una riflessione.

Altro

Osservazioni personali:
Si ringrazia il Sig. Umberto Murri per le immagini gentilmente concesse.

Fonti:
Istituto di Storia Contemporanea Pier Amato Perretta – Como: Taccuino degli Anni Difficili, Alta Brianza e Vallassina 1943 – 1945, pag. 200: Dino Zumaglino, attività clandestine di “Roby” Lepetit. Nodo Libri, 2009, Como
Susanna Sala Massari: Roberto Lepetit. Un industriale nella Resistenza, Archinto Editore, 2015RCS Libri S.p.A., Milano
Pietre d’Inciampo a Milano, Roberto Lepetit
Wikipedia, Pietre d’Inciampo a Milano

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